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Gli atti degli amministratori di società sono pertinenti quando sono strumentali rispetto all'oggetto sociale
A cura di Fulvio Graziotto

Pubblicato su: Diritto24 - Il Sole 24 Ore


Per valutare la pertinenza di un atto degli amministratori rispetto all'oggetto sociale, non è sufficiente né il criterio dela astratta previsione statutaria dell'atto posto in essere, né il criterio della conformità dell'atto all'interesse sociale, ma il criterio della strumentalità, diretta o indiretta, dell'atto rispetto all'oggetto sociale, e questo va inteso come la specifica attività economica concordata dai soci nel contratto sociale, cioè nell'atto costitutivo, in vista dello scopo di lucro da perseguire.


Decisione: Sentenza n. 17761/2016 Cassazione Civile - Sezione I

Classificazione: Civile, Commerciale, Societario



Parole chiave: #amministratori, #oggettosociale. #rischiodiimpresa, #società, #statuto, #fulviograziotto, #scudolegale


Il caso.

Il commissario straordinario di una SPA ricorre in cassazione avverso la sentenza della Corte di Appello con cui venivano accolte le impugnazioni proposte dalla compagnia assicurativa contro la domanda di responsabilità degli amministratori di diritto e di fatto della società e dei sindaci, e l'abuso di direzione unitaria del gruppo di società.

La Corte di Appello rilevava che l'azione era stata configurata con riguardo a un depauperamento patrimoniale conseguente a una complessa operazione di cessione di marchi, di vendita del magazzino e di impegno all'acquisto del complesso industriale.

Il Tribunale ritenne sussistente il danno di 10 milioni di euro, con la responsabilità dei sindaci nella misura del 30% (con l'obbligo assicurativo della compagnia, terza chiamata dai sindaci), e degli amministratori di diritto e di fatto nella misura del 70%.

La Corte di Appello sovvertiva la pronuncia, ricostruendo (per la fase ideativa) le operazioni all'interno di un più ampio contesto di riorganizzazione aziendale, mentre per la fase esecutiva il giudice territoriale rilevava l'adozione di una strategia alternativa a seguito dell'andamento del mercato e della ritardata integrazione del polo progettato che avevano determinato l'insuccesso già in fase previsionale del progetto.

La SPA ricorrente si affida a tre motivi, ma la Cassazione dichiara inammissibile il ricorso.


La decisione.

Con il primo motivo di ricorso, la ricorrente deduce la violazione del principio dell'insindacabilità del merito degli atti di gestione, che nel caso di specie sarebbe stato mal applicato in quanto la sentenza non ha apprezzato la scarsa diligenza degli organi societari nel valutare i margini di rischio dell'operazione.

Il Collegio giudica questo primo motivo inammissibile, risolvendosi questa censura «in una sostanziale doglianza attinente al modo con il quale il giudice di merito ha in effetti ritenuto sottratta al sindacato giudiziario la serie delle operazioni, dapprima lungamente elaborate e poi attuate dalla società FDG e dalle sue collegate nel tentativo di instaurazione del cd. polo cellulosico. In tema, va comunque qui ribadito che all'amministratore di una società non può essere imputato, a titolo di responsabilità, di aver compiuto scelte inopportune dal punto di vista economico, atteso che una tale valutazione attiene alla discrezionalità imprenditoriale e può pertanto eventualmente rilevare come giusta causa di sua revoca, ma non come fonte di responsabilità contrattuale nei confronti della società. Ne consegue che il giudizio sulla diligenza dell'amministratore nell'adempimento del proprio mandato non può mai investire le scelte di gestione o le modalità e circostanze di tali scelte, anche se presentino profili di rilevante alea economica, ma solo la diligenza mostrata nell'apprezzare preventivamente i margini di rischio connessi all'operazione da intraprendere e, quindi, l'eventuale omissione di quelle cautele, verifiche e informazioni normalmente richieste per una scelta di quel tipo, operata in quelle circostanze e con quelle modalità (Cass. 3409/2013, 1783/2015) e tale prova è stata esclusa».

Con il secondo motivo, viene sollevato il vizio di motivazione e di violazione di legge perché la sentenza non avrebbe valutato la contrarietà e/o l'estraneità delle operazioni intraprese all'oggetto sociale.

La Suprema Corte ritiene inammissibile in radice tale motivo di ricorso: «appare già per un primo profilo inammissibile, ove censura - senza peraltro indicare come tale contestazione riprenda un'eccezione già formulata avanti ai giudici di merito - l'esorbitanza dall'oggetto sociale di iniziative che invece la pronuncia torinese ha inquadrato all'interno di un progetto d'impresa del tutto caratterizzato siccome proprio delle linee di intervento e sviluppo riferibili alle attività della società FDG. Ai fini della valutazione della pertinenza di un atto degli amministratori di una società di capitali all'oggetto sociale, e della conseguente efficacia dello stesso ai sensi dell'art. 2384 cod. civ., il criterio da seguire è invero quello della strumentalità, diretta o indiretta, dell'atto rispetto all'oggetto sociale, inteso come la specifica attività economica (di produzione o scambio di beni o servizi) concordata dai soci nell'atto costitutivo in vista del perseguimento dello scopo di lucro proprio dell'ente. Non sono invece sufficienti, al predetto fine, nè il criterio della astratta previsione, nello statuto, del tipo di atto posto in essere (in quanto, da un lato, la elencazione statutaria di atti tipici non potrebbe mai essere completa, data la serie infinita di atti, di vario tipo, che possono essere funzionali all'esercizio di una determinata attività, e, dall'altro, anche la espressa previsione statutaria di un atto tipico non assicura che lo stesso sia, in concreto, rivolto allo svolgimento di quella attività), nè il criterio della conformità dell'atto all'interesse della società (in quanto l'oggetto sociale costituisce, ai sensi dell'art. 2384 cod. civ., un limite al potere rappresentativo degli amministratori, i quali non possono perseguire l'interesse della società operando indifferentemente in qualsiasi settore economico, ma devono rispettare la scelta del settore in cui rischiare il capitale fatta dai soci nell'atto costitutivo) (Cass.17696 /2006)».

Per la Cassazione «La sentenza della corte d'appello ha dunque ampiamente dato conto della impossibilità, più in generale, di censire un qualsiasi profilo di illegittimità delle operazioni del 23.12.2003 senza istituire una base conoscitiva completa tanto della fase ideativa, cui quelle ancora appartenevano, come della fase esecutiva, nella quale si sono risolte anche in modificazioni rispetto al quadro gestorio ipotizzato, ma sempre dando conto all'assemblea (e ai revisori esterni) delle ragioni che indussero gli amministratori a discostarsi dalla iniziale previsione, così adattando nuove fattispecie decisorie ancora coerenti con il piano, per come divenuto possibile in una nuova compatibilità industriale e finanziaria, esplicitamente affermata. Al punto che anche l'entità contabile dell'apparente pregiudizio, prospettato in circa 10 milioni di euro e per l'effetto finale della cessione dei marchi, è apparsa come la mera conseguenza di atti sinergici fra società del gruppo volti a ricollocazioni strategiche e rimediali ad un più ampio progetto perseguito senza successo. In tale esito assolutorio da ogni connotazione d'illiceità, la sentenza torinese con chiarezza riporta i fattori macroeconomici esterni (dopo il deterioramento della situazione economica di mercato e la ritardata integrazione del polo) e poi quelli scrutinati all'interno (ristrutturazione di una linea produttiva, cessazione di forniture di materie prime, restrizione del credito) che indussero - in fase esecutiva - al citato "scostamento del forecast" e al riassetto contabile conseguente, dopo averne analizzato la serietà e la ragionevole ponderatezza al fine di comprendere il mutamento delle linee guida di azione della FDG che ebbe a chiudere la propria vicenda ristrutturativa, circa un anno dopo, ponendosi in liquidazione, non perseguendo il progetto di conversione in società immobiliare creditrice di affitti nei confronti delle società operative del polo e definendo in regime di compensazione le partite di debito e credito che si erano nel frattempo venute a determinare fra società del gruppo. In questo senso, la sentenza ha adeguatamente dato conto di una razionale giustificazione dell'insuccesso imprenditoriale, non confondibile con una strategia dismissiva e depauperativa, come invece ipotizzato dall'azione promossa dalla procedura. La seconda censura, sulla pretesa omessa considerazione dell'abuso di direzione unitaria, diviene così assorbita, poiché logicamente posteriore alla precedente questione».

Il Collegio ritiene inammissibile anche il terzo motivo di ricorso, con il quale si deduce l'omesso esame del mancato flusso finanziario che sarebbe derivato dalla operazione sul compendio immobiliare, nonché l'omessa motivazione circa la difformità fra le delibere e i contratti stipulati: per la Cassazione «il primo profilo della duplice censura in realtà non espone un fatto, la cui omessa considerazione possa trovare contestazione nell'appropriato vizio di cui all'art.360 co.1 n.5 cod. proc.civ., bensì uno scenario operazionale meramente ipotetico cui il ricorrente collega conseguenze più favorevoli, per l'assetto patrimoniale della società, ove ad esso si fossero conformate le condotte contrattuali degli organi di questa. In tal modo però la doglianza non si conforma al principio per cui il motivo di ricorso con cui si denuncia l'omesso esame di un fatto - a prescindere dai nuovi limiti già vigenti anche per il presente giudizio, a seguito della novella di cui all'art.54 del d.l. 22.12.2012, n.83 conv. nella L 7.8.2012, n.134 - deve specificamente fare riferimento non ad una "questione o un "punto" della sentenza, ma almeno ad un fatto vero e proprio e, quindi, un fatto principale, ex art. 2697 cod.civ. (cioè un fatto costitutivo, modificativo, impeditivo o estintivo) od anche un fatto secondario (cioè un fatto dedotto in funzione di prova di un fatto principale), purché controverso e decisivo (Cass. 21152/2014, 13457/2012, 2805/2011). Altrettanto inappropriatamente, in base alla citata novella, anche il secondo profilo di censura è inammissibile, poiché la difformità delle delibere rispetto alle operazioni contrattuali successive è stata invece specificamente analizzata dal collegio torinese. La critica non si attiene pertanto al principio per cui, dopo la citata modifica dell'art. 360, coi, n. 5), cod.proc.civ., la ricostruzione del fatto operata dai giudici di merito è sindacabile in sede di legittimità soltanto quando la motivazione manchi del tutto, ovvero sia affetta da vizi giuridici consistenti nell'essere stata essa articolata su espressioni od argomenti tra loro manifestamente ed immediatamente inconciliabili, oppure perplessi od obiettivamente incomprensibili (Cass. 12928/2014). Va invero ribadito che la riformulazione della disposizione deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall'art. 12 delle preleggi, come riduzione al "minimo costituzionale" del sindacato di legittimità sulla motivazione».

Il Collegio ricorda che «è denunciabile in cassazione solo l'anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all'esistenza della motivazione in sé, purché il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali. Tale anomalia si esaurisce nella "mancanza assoluta di motivi sotto l'aspetto materiale e grafico", nella "motivazione apparente", nel "contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili" e nella "motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile", esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di "sufficienza" della motivazione (Cass. s.u. 8053/2014), né è più configurabile il vizio di contraddittoria motivazione della sentenza, atteso che la norma - attribuendo rilievo solo all'omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che sia stato oggetto di discussione tra le parti - non permette che il vizio di contraddittoria motivazione sopravviva neanche come ipotesi di nullità della sentenza ai sensi del n. 4) del medesimo art. 360 cod.proc.civ. (Cass. 13928/2015)».

Il ricorso viene infine dichiarato inammissibile.


Osservazioni.

La Cassazione ha affermato che gli atti compiuti dagli amministratori di società vanno valutati con riferimento alla loro strumentalità, diretta o indiretta, rispetto all'oggetto sociale, e a tal fine l'oggetto sociale va inteso come la specifica attività economica concordata dai soci nel conratto sociale, cioè nell'atto costitutivo, in vista dello scopo di lucro da perseguire.

Non è invece sufficiente né il criterio della astratta previsione statutaria dell'atto posto in essere, né il criterio della conformità dell'atto all'interesse sociale.

La Suprema Corte ha poi ribadito che all'amministratore non può essere imputato, a titolo di responsabilità, di aver compiuto scelte inopportune dal punto di vista economico: a tal fine, il giudizio dell'amministratore può solo vertere sulla diligenza mostrata nell'apprezzare preventivamente i margini di rischio connessi all'operazione da intraprendere e la eventuale omissione delle cautele, verifiche e informazioni, normalmente richieste per quel tipo di scelta, operata nelle specifiche circostanze e modalità.




Giurisprudenza rilevante.


  1. Cass. 3409/2013

  2. Cass. 1783/2015

  3. Cass. 17696/2006

  4. Cass. 13928/2015

  5. Cass. 21152/2014

  6. Cass. 13457/2012

  7. Cass. 2805/2011





Disposizioni rilevanti.

Codice civile

Vigente al: 09-04-2017

Art. 2384 - Poteri di rappresentanza

Il potere di rappresentanza attribuito agli amministratori dallo statuto o dalla deliberazione di nomina è generale.

Le limitazioni ai poteri degli amministratori che risultano dallo statuto o da una decisione degli organi competenti non sono opponibili ai terzi, anche se pubblicate, salvo che si provi che questi abbiano intenzionalmente agito a danno della società.

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