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Fallimento escluso dall'ordinanza di bonifica di siti inquinati

Commento a Decisione Giurisprudenziale - A cura di Fulvio Graziotto - Avvocato in Sanremo (Imperia)

Il fallimento non è tenuto ad ottemperare all'ordinanza del Sindaco diretta alla bonifica dei siti inquinati per effetto del precedente comportamento commissivo od omissivo dell'impresa fallita.

La pronuncia del T.A.R. Toscana (sentenza 1256/2014), che conferma quanto già a suo tempo affermato dal Consiglio di Stato sul tema, tocca la delicata questione della messa in sicurezza e della bonifica dei siti inquinati.

Per i siti inquinati, la Provincia ha competenza per le misure di "messa in sicurezza di emergenza", mentre compete al Ministero, al Comune o alla Regione la bonifica da parte dell'amministrazione (disciplinata essenzialmente dall'art. 250 d.lg. 152/2006).

Il fallimento non è ritenuto responsabile neppure in qualità di custode: infatti il T.A.R. di Trieste (n. 229/2013 e n. 183/2014) aveva già affermato che «l'obbligo di procedere alla bonifica non può essere desunto dall'applicazione della previsione dell'art. 2051 c.c. (che regolamenta la responsabilità del custode)» perché la disciplina del d.lg. 152/2006 sul tema è esaustiva e non può essere integrata dalla sovrapposizione di principi generali quali quello dell'art. 2051.

In tema di reati ambientali, il quarto comma dell'art. 257 del D. Lgs. n. 152/2006 (recentemente modificato dalla legge n. 68/2015) prevede espressamente che «L'osservanza dei progetti approvati ai sensi degli articoli 242 e seguenti costituisce condizione di non punibilità per le contravvenzioni ambientali contemplate da altre leggi per il medesimo evento e per la stessa condotta di inquinamento di cui al comma 1».

Sulla configurabilità dei reati in parola, la giurisprudenza si era già pronunciata affermando che non è sufficiente il superamento della soglia di rischio.

La Cassazione (III sez. Penale, 9214/2012) lo aveva già affermato, anche se la pronuncia verteva sul previgente testo dell'art. 257: «Il reato di cui all'art. 257 d.lg. n. 152 del 2006 si estingue operando, il soggetto che ha causato l'inquinamento, la bonifica secondo le disposizioni del progetto approvato dall'autorità competente ai sensi degli artt. 242 ss. dello stesso decreto (la bonifica effettuata secondo tale progetto è pertanto condizione di non punibilità del reato) per cui, a contrario, affinché il reato sussista occorre, oltre al superamento della soglia di rischio, l'adozione del suddetto piano di bonifica.»



Estratto della sentenza citata: T.A.R. Toscana (sentenza 1256/2014)

«...deve essere condivisa, alla luce della prevalente giurisprudenza espressasi sulla questione, la doglianza del ricorrente, per cui la curatela fallimentare non può essere destinataria di ordinanze sindacali dirette alla bonifica di siti inquinati, per effetto del precedente comportamento commissivo od omissivo dell’impresa fallita (C.d.S., Sez. V, 29 luglio 2003, n. 4328)»

«...se l’ordinanza impugnata è rivolta al fallimento per effetto dell’inottemperanza dell’impresa a precedenti provvedimenti (com’è avvenuto sia nella fattispecie analizzata dalla giurisprudenza ora riportata, sia nel caso oggetto del ricorso in epigrafe), la curatela fallimentare deve esser considerata estranea alla determinazione degli inconvenienti sanitari riscontrati nell’area interessata. Non basta, a far scattare un obbligo in capo alla curatela, il riferimento alla disponibilità giuridica degli oggetti qualificati come rifiuti inquinanti: il potere di disporre dei beni fallimentari, secondo le regole della procedura concorsuale e sotto il controllo del giudice delegato, non comporta necessariamente – per la giurisprudenza del Consiglio di Stato in commento, le cui affermazioni il Collegio condivide – il dovere di adottare particolari comportamenti attivi, volti alla tutela sanitaria degli immobili destinati alla bonifica dei fattori inquinanti. D’altro lato, è proprio il richiamo alla disciplina del fallimento e della successione nei contratti a dimostrare che la curatela fallimentare non subentra negli obblighi più strettamente correlati alla responsabilità dell’imprenditore fallito, non potendosi invocare l’art. 1576 c.c., poiché l’obbligo di mantenimento della cosa locata in buono stato riguarda i rapporti tra conduttore e locatore e non si riverbera, direttamente, sui doveri fissati da altre disposizioni, dirette ad altro scopo (C.d.S., Sez. V, n. 4328/2003, cit.)»

«...in linea di principio, i rifiuti prodotti dall’imprenditore fallito non siano beni da acquisire alla procedura fallimentare e, quindi, non formino oggetto di apprensione da parte del curatore. L’esclusione della possibilità di sussumere legittimamente i rifiuti nel compendio fallimentare fa, perciò, scartare l’ipotizzabilità di profili di responsabilità di carattere meramente gestorio in capo al curatore. La sentenza in rassegna precisa, inoltre, che per una diversa conclusione sarebbe necessario individuare un’univoca, chiara ed autonoma responsabilità in capo al curatore fallimentare nell’abbandono dei rifiuti di cui trattasi, che, però, va esclusa quando il fatto si è verificato in epoca antecedente all’apertura della procedura fallimentare, richiedendo la normativa di riferimento (a partire dal d.lgs. n. 22/1997) l’accertamento della responsabilità da illecito in capo al destinatario dell’ordine. In mancanza dell’ascrivibilità alla curatela fallimentare di una condotta illecita o di un comportamento corresponsabile, alla P.A. non resta che procedere all’esecuzione d’ufficio ed al recupero delle somme anticipate con insinuazione del relativo credito al passivo fallimentare, in conformità, del resto, all’art. 18, comma 5, del d.m. n. 471/1999 (T.A.R. Toscana, Sez. II, n. 1318/2001, cit.)»

«...Peraltro, quando (come nella fattispecie per cui è causa) è il fallito ad aver prodotto i rifiuti e cagionato un danno all’ambiente, sullo stesso grava l’onere per il relativo smaltimento, da soddisfare, come già esposto, con l’insinuazione al passivo fallimentare del credito sorto in capo alla P.A. che ha anticipato le relative spese>> (T.A.R. Toscana, sez. II, 21 gennaio 2011 n. 137). Deve pertanto escludersi ogni possibilità di riconoscere alla curatela fallimentare una qualche forma di responsabilità per i rifiuti abbandonati anteriormente all’inizio della curatela e la conseguenziale legittimazione passiva all’imposizione dei correlativi obblighi di bonifica.»



Qui di seguito, invece, le disposizioni citate:

Codice civile

Art. 2051 - Danno cagionato da cosa in custodia

Ciascuno e' responsabile del danno cagionato dalle cose che ha in

custodia, salvo che provi il caso fortuito.



DECRETO LEGISLATIVO 3 aprile 2006, n. 152 Norme in materia ambientale.

Vigente al: 27-10-2015

ART. 250 - bonifica da parte dell'amministrazione

1. Qualora i soggetti responsabili della contaminazione non provvedano direttamente agli adempimenti disposti dal presente titolo ovvero non siano individuabili e non provvedano nè il proprietario del sito nè altri soggetti interessati, le procedure e gli interventi di cui all'articolo 242 sono realizzati d'ufficio dal comune territorialmente competente e, ove questo non provveda, dalla regione, secondo l'ordine di priorità fissati dal piano regionale per la bonifica delle aree inquinate, avvalendosi anche di altri soggetti pubblici o privati, individuati ad esito di apposite procedure ad evidenza pubblica. Al fine di anticipare le somme per i predetti interventi le regioni possono istituire appositi fondi nell'ambito delle proprie disponibilità di bilancio.

ART. 257 - bonifica dei siti

1. ((Salvo che il fatto costituisca più grave reato,)) chiunque cagiona l'inquinamento del suolo, del sottosuolo, delle acque superficiali o delle acque sotterranee con il superamento delle concentrazioni soglia di rischio è punito con la pena dell'arresto da sei mesi a un anno o con l'ammenda da duemilaseicento euro a ventiseimila euro, se non provvede alla bonifica in conformità al progetto approvato dall'autorità competente nell'ambito del procedimento di cui agli articoli 242 e seguenti. In caso di mancata effettuazione della comunicazione di cui all'articolo 242, il trasgressore è punito con la pena dell'arresto da tre mesi a un anno o con l'ammenda da mille euro a ventiseimila euro.

2. Si applica la pena dell'arresto da un anno a due anni e la pena dell'ammenda da cinquemiladuecento euro a cinquantaduemila euro se l'inquinamento è provocato da sostanze pericolose.

3. Nella sentenza di condanna per la contravvenzione di cui ai commi 1 e 2, o nella sentenza emessa ai sensi dell'articolo 444 del codice di procedura penale, il beneficio della sospensione condizionale della pena può essere subordinato alla esecuzione degli interventi di emergenza, bonifica e ripristino ambientale.

4. L'osservanza dei progetti approvati ai sensi degli articoli 242 e seguenti costituisce condizione di non punibilità per le contravvenzioni ambientali contemplate da altre leggi per il medesimo evento e per la stessa condotta di inquinamento di cui al comma 1.

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